Il Magnifico Rettore dell’Università di Genova – I 4 candidati

Il Magnifico Rettore dell’Università di Genova si presenta.

La Città è un foglio di Società Civile che vede come missione dare un contributo a un momento così importante come l’elezione del Rettore all’Università degli Studi di Genova per il periodo mandato dall’1.11.2020 al 31.10.2026. Per questo motivo La Città ospita gli interveti dei candidati alla più alta carica di Ateneo ringraziandoli sia per la disponibilità ad aprire anche qui un dibattito che da questo momento è in mano alle lettrici e ai lettori che per essersi candidati ad un ruolo chiave non solo per l’Università ma anche per la città e l’intera Regione. L’università non è semplice proiezioni ma parte fondante e integrante.

Il filo conduttore che è stato proposto ha come filo conduttore tre questioni, nell’ordine:

  1. Come vedi lo Stato attuale dell’Università;
  2. Come immagini l’Università con la tua guida;
  3. Quali sono le tre cose che vanno oggi, le tre che non vanno e le tre che faresti.

Alle risposte è stato dato un limite di caratteri che ha obbligato i candidati a esprimere una sintesi del loro programma che si trova in forma completa sul sito di Ateneo all’indirizzo https://unige.it/elezioni/candidature_rettore_2020.html.

Ecco i contributi in ordine di arrivo alla redazione.

Prof. Fabio Lavagetto.

L’Università di Genova si trova attualmente in una posizione di particolare fragilità rispetto al contesto nazionale e macroregionale scontando una maggiore difficoltà a individuare e sostenere un’efficace azione di sviluppo. Gli elementi alla base di questa fragilità vanno ricercati nella capacità finanziaria sempre più limitata, nella storica sottovalutazione dei costi per il mantenimento e l’adeguamento del patrimonio edilizio, nell’insufficiente performance scientifica di parte dei nostri docenti, nella debolezza dell’offerta di II livello non ancora adeguata nel leggere i fabbisogni formativi provenienti dal mondo economico, la persistente confusione organizzativa. Queste criticità pongono il nostro Ateneo in una posizione di retroguardia e di crescente marginalizzazione rispetto al protagonismo di sedi più competitive, spesso molto vicine a noi, sia nella dialettica politica nazionale che nel rapporto con le componenti economiche del Paese.
Oggi la nostra Università ha urgente necessità di acquisire consapevolezza del suo posizionamento nel contesto competitivo in cui è immersa, dei suoi punti di forza e di debolezza, quindi di individuare la priorità delle azioni da intraprendere e la consequenzialità dei risultati che tali azioni devono generare verso una prospettiva di sviluppo nell’arco ben più ampio dei sei anni di mandato rettorale. A partire dal recupero di un maggior margine finanziario attraverso un serrato controllo di gestione che porti ad un miglioramento significativo dell’indicatore di sostenibilità economico finanziaria, punto di partenza necessario per qualunque strategia di sviluppo. Quindi attraverso una profonda revisione dell’offerta formativa di II livello per generare una proposta più convincente e quindi un raccordo più funzionale fra le Lauree Triennali e il Dottorato, capace di ridurre il tasso di uscita a termine del I livello giunto ormai ad un livello preoccupante. Quindi il rafforzamento dell’Area Ricerca e del supporto tecnico-amministrativo ai Dipartimenti nella misura necessaria per garantire loro piena operatività e competitività.
La nostra Università deve cercare e raggiungere un dialogo migliore col territorio. Deve progettare il suo sviluppo insieme al territorio. Non lo ha mai fatto e oggi è indispensabile.
Dovendo individuare le cose che nel nostro Ateneo stanno funzionando mi fa piacere mettere in evidenza alcuni processi di cambiamento che, seppur lentamente, stanno modificando i nostri atteggiamenti e la nostra disposizione culturale a vivere l’accademia in modo rinnovato. Innanzitutto la cultura della valutazione, della didattica e della ricerca, per un’Università sempre più trasparente e meno autoreferenziale. Quindi la consapevolizzazione degli impatti generati dalle nostre attività nei confronti di docenti, personale, studenti e ambiente. Infine il processo di internazionalizzazione che, seppur motivato da chiare ragioni di necessità e convenienza, è anche frutto di una scelta deliberata di apertura alle diversità culturali della società globale.
Le cose che non vanno sono molte. Il quadro organizzativo dell’Ateneo ha subito continue revisioni che hanno aumentato inefficienza e confusione contribuendo ad uno scollamento pericoloso fra corpo docente e personale. La gestione dell’Ateneo è divenuta di anno in anno sempre più verticista riducendo lo spazio collegiale nelle scelte. I dipartimenti sono stati scarsamente coinvolti nelle scelte e la loro missione istituzionale è stata seriamente minacciata dalla riduzione di risorse umane e finanziarie
Le cose che farei se fossi rettore sono molte e vorrei portarle avanti attraverso valutazioni e scelte condivise maggiormente con Senato, Consiglio e Direttori di Dipartimento. Consoliderei un quadro organizzativo stabile ed efficiente avviando azioni di formazione e di nuovo reclutamento per il personale. Avvierei una profonda revisione dell’offerta formativa di II livello per raccordarla in modo funzionale al dottorato indispensabile allo sviluppo della ricerca di Ateneo. Non mi occuperei di gestire direttamente i rapporti con la sanità occupandomi invece di rappresentare al meglio il nostro Ateneo nel contesto nazionale.

Prof. Gianmario Sambuceti.

Come vedi lo stato attuale dell’Università di Genova?
Se provate a trascorrere un po’ di tempo nelle nostre aule, nei laboratori e negli studi, non potrete non riconoscere la qualità intellettuale dei nostri ricercatori e il talento, l’entusiasmo dei nostri studenti. Eppure, il sistema sembra imballato: è come se avessimo perso il filo che sappia connetterci con il mondo di fuori, con il nostro sistema produttivo, con il sistema delle professioni, con le agenzie governative che, nel bene e nel male, sono chiamate a giudicarci e, infine, con l’Europa e le sue politiche di supporto alla ricerca. È proprio la percezione di questo iato tra ciò che siamo oggi e ciò che potremmo essere che mi ha indotto a candidarmi.

Come immagini l’Università di Genova sotto la tua guida?
Hans Georg Gadamer ha scritto che è la ricerca scientifica a definire l’identità europea. Ecco, la mia aspirazione è quella di contribuire a rendere il mio Ateneo un grande, competitivo luogo del pensiero nell’Europa del XXI secolo. E, a scanso di equivoci, non si tratta di utopia, ma di un disegno fatto di paesaggi molto concreti. Perseguo il progetto di un’Università in grado di produrre la gran parte della conoscenza che insegna, di reclutare ricercatori e docenti di qualità sempre crescente e in cui, come nelle grandi Università europee, si lavora, tutti, meglio: dal punto di vista dei processi amministrativi, delle infrastrutture fisiche, tecnologiche e di ricerca, e anche, o soprattutto, dei rapporti umani.

Quali sono le tre cose che vanno oggi, le tre che non vanno e le tre che faresti?
Gli ultimi sei anni hanno visto una significativa apertura dell’Ateneo nei confronti della città: penso al successo di Univercity, del Festival del Mare, all’impegno dell’Ateneo nel Festival della Scienza. Inoltre, il nostro Dottorato di Ricerca risulta competitivo a livello nazionale. Infine, la nostra comunità ha saputo reagire con generosità alla tragedia del COVID. E, a questo proposito, lasciatemi ringraziare la Scuola di Medicina e tutte le persone che la animano: è anche grazie a loro che ora, con tutte le prudenze del caso, possiamo tornare a vivere la nostra vita di comunità.

Il primo aspetto critico è, a mio parere, la nostra scarsa competitività nell’ambito della progettazione. Affrontiamo la sfida di Horizon Europe, il nuovo programma quadro per il finanziamento della ricerca continentale, dopo il settennio di Horizon 2020, davvero povero di soddisfazioni. In secondo luogo: una quantità crescente di giovani liguri decide di vivere l’avventura universitaria nei grandi Atenei del nord, mentre noi non siamo capaci ad attrarre studenti da fuori Regione. Infine: siamo sopraffatti dalle incombenze burocratiche: l’ossessione della certificabilità sta allontanando il decisore dal personale docente e amministrativo, impedendoci di sviluppare soluzioni condivise.

Ora tre delle molte proposte che ho in mente. Nella ricerca, il mio obiettivo è di fare dell’Ateneo una palestra di progettazione, attraverso alcune azioni specifiche (centri interdisciplinari proposti dal basso e focalizzati su problemi di ricerca; incentivazione della ricerca europea e promozione dell’indipendenza scientifica dei giovani ricercatori; costituzione di ‘core facilities’ di Ateneo) e un’iniziativa strategica: promuovere la nascita di un Ecosistema Ligure della Ricerca e dell’Innovazione in grado di drenare finanziamenti e di supportare il trasferimento della conoscenza dai laboratori al mercato.

Vorrei sancire concretamente un patto di fiducia tra l’Ateneo e le giovani generazioni. Penso quindi a misure come lo sviluppo di un sistema di ‘public engagement’ basato su specifici progetti con le aziende e alla costituzione di un tavolo di consultazione permanente con il mondo produttivo per connettere il più possibile l’Ateneo e la sua offerta formativa con le esigenze di una società sempre più complessa.

Infine, il ruolo sociale dell’unico Ateneo della nostra Regione. Oggi, ISTAT indica che l’accesso all’Università è fortemente legato alla scolarità dei genitori (passa dal 5% a quasi il 50%). Credo che questa variabilità rifletta anche un difetto di percezione da parte dei ragazzi che frequentano Istituti tecnici. Intendo disegnare un nuovo rapporto con le scuole superiori basato su un approccio di sistema, passando anche per la creazione di un Osservatorio Permanente sulla Scuola che si faccia carico, tra l’altro, della questione cruciale del diritto allo studio. Dobbiamo prevedere percorsi di supporto formativo per quei diplomati che arrivano da esperienze scolastiche non in linea con le esigenze dell’Università e dobbiamo anche avere il coraggio di pianificare percorsi brevi professionalizzanti, nella consapevolezza che si tratta di iniziative che nessun’altra istituzione, se non l’Ateneo, sarebbe in grado di realizzare.

Prof. Enrico Giunchiglia

Negli ultimi sei anni, con l’attuale governance del Rettore Comanducci a cui ho avuto l’onore di partecipare, l’Università degli Studi di Genova ha vissuto un processo di profondo cambiamento tanto in superficie, a livello di immagine e di ruolo nel tessuto sociale, quanto ancor più in profondità, a livello di organizzazione, attività e risultati.
L’Ateneo oggi è senza dubbio migliore rispetto a sei anni fa, più competitivo e solido. Lo dimostrano tutti gli indicatori riferiti alla didattica, alla ricerca e alla terza missione. E’ senza dubbio anche un Ateneo più resiliente, come ha avuto modo di dimostrare nell’affrontare le enormi sfide poste dall’emergenza associata all’epidemia di Covid-19.
Al contempo, è un Ateneo in cammino, poiché su tutti i fronti si può e si deve migliorare. In passato, si è forse peccato di “eccesso di entusiasmo”: alcuni degli interventi di più radicale cambiamento sono stati portati avanti con una velocità molto elevata e questo può aver causato una solo parziale comprensione e condivisione, generando malumori. Certamente, se sarò eletto Rettore, farò tesoro di quanto vissuto in qualità di Prorettore Vicario, onde implementare con maggior efficienza ed efficacia le azioni previste dal mio programma.
Da questo punto di vista, è innegabile che il prossimo mandato sarà decisivo per le sorti dell’Ateneo. Un percorso di cambiamento importante è stato intrapreso e il mio obiettivo fondamentale è proseguire in questo processo riformatore. L’Ateneo che immagino – e che mi impegno a realizzare – è una comunità guidata nella crescita su linee guida strategiche chiare e condivise, decise dagli organi centrali e portate avanti dai dipartimenti nella loro autonomia. Al contempo, però, lavorerò per costruire un Ateneo coeso, nell’identità e nell’azione. L’alternativa è il ritorno a una struttura frammentata, priva di identità e di strategia, con dipartimenti “monadi” in competizione tra loro invece che attori, insieme agli altri organi e alle altre strutture, dell’azione coerente e sinergica dell’intero ateneo. La completa autonomia dei dipartimenti, che facilmente si trasforma in anarchia o in prevalenza del più forte, mina le fondamenta della competitività dell’Ateneo, limitando gli spazi di collaborazione tra strutture e vanificando le economia di scala. In questo processo di sviluppo, il Rettore giocherà senza dubbio un ruolo chiave ma va riportata al centro la competenza e la responsabilità degli organi di governo. Considero quindi prioritario investire il Senato della definizione degli obiettivi strategici, in particolare attraverso lo strumento della programmazione triennale. Al contempo, è fondamentale e non procrastinabile uno sforzo di ricomposizione del clima organizzativo, onde recuperare le incomprensioni e i malumori che si sono generati in conseguenza delle ultime riorganizzazioni. L’Ateneo non può crescere se non ponendo al centro le persone: dagli studenti, al personale tecnico-amministrativo, ai docenti. E’ necessario un maggior coinvolgimento dei responsabili – a tutti i livelli (dipartimenti, scuole, centri, aree dirigenziali, servizi, settori) – nella definizione dei bisogni delle strutture, nell’analisi delle modalità perseguibili per soddisfarli e, soprattutto, nella valutazione degli scenari che ne conseguirebbero. Credo fermamente nei processi partecipati: possono sì determinare qualche apparente rallentamento nell’azione ma consentono al vertice una conoscenza più profonda dell’organizzazione e portano a scelte più ponderate. Ciò si traduce, nella mia visione, in un clima organizzativo più sereno da cui conseguono maggiore soddisfazione e produttività delle persone nonché, in ultima istanza, risultati migliori.

Federico Delfino

Idee UNIGE 2020 – 2026

L’Università degli Studi di Genova è un importante attore culturale e scientifico italiano con una grande responsabilità sociale sul territorio ligure, derivante sia dall’interazione quotidiana con decine di migliaia di giovani sia dal suo ruolo di volano dell’innovazione e dei processi di sviluppo.
Negli ultimi anni l’Ateneo ha messo in campo politiche in tema di orientamento ed internazionalizzazione che hanno consentito di incrementare sensibilmente il numero di studenti frequentanti, con una componente di ragazzi provenienti dall’estero in crescita e l’attivazione di legami proficui con numerose istituzioni di alta formazione e ricerca a livello internazionale.
Ciò nonostante, ai fini della migliore valutazione ministeriale e dell’incremento della dotazione di risorse trasferite da parte centrale per lo sviluppo ulteriore delle attività, occorre dedicare ancora molta attenzione ed impegno verso azioni e misure per aumentare i numeri dei giovani iscritti. E questo impegno non può prescindere da una sempre più stretta e virtuosa relazione con le Istituzioni e tutti gli attori socio-economici del territorio. D’altronde, se la Liguria è la regione d’Italia con il più basso tasso di natalità e con velocità di decremento demografico più che doppia rispetto alla media nazionale, fondamentale è il ruolo che può svolgere la sua Università nel fornire risposte di controtendenza rispetto ad una criticità con potenziali impatti di decrescita in prospettiva futura.
Credo pertanto che, così come è positivamente successo in altre città, vada impostata un’incisiva azione, coordinata con gli enti locali e gli operatori di settore interessati per realizzare, nel medio periodo, nuove residenze e, in generale, per migliorare i servizi di accoglienza degli studenti, con il fine ultimo di giocare anche a Genova ed in Liguria la partita del territorio a vocazione universitaria. Partita che deve svilupparsi anche sul terreno di un maggior protagonismo verso iniziative di trasferimento tecnologico e di partnership con il mondo istituzionale, culturale ed industriale mirate alla creazione di nuova occupazione. L’Università di Genova può così divenire soggetto propulsore di un nuovo modello di sviluppo, basato sull’innovazione sostenibile e l’economia della conoscenza e dell’aggregazione tra Istituzioni, Enti di Ricerca, Imprese e Corpi Sociali, in grado non solo di non impattare ma, anzi, di corroborare la grande valenza ambientale e turistica regionale e di affiancarsi alle filiere produttive tradizionali, offrendo ai giovani laureati maggiori prospettive di lavoro qualificato rispetto a quelle identificabili attualmente.
L’Ateneo oggi ha punti di forza solidi su cui basarsi per rafforzare la sua attrattività verso il mondo esterno: un Dottorato di Ricerca di eccellenza a livello nazionale, il Centro Strategico del Mare, da poco costituito per connotarsi in un settore che tanto rileva sull’economia regionale, una relazione ben strutturata con il mondo della scuola, con coinvolgimento attivo non solo dei ragazzi ma anche dei loro insegnanti. D’altro lato, esistono oggettivi margini di miglioramento su altri ambiti altrettanto importanti. Mi riferisco, nello specifico, agli spazi per la didattica e la ricerca, che in grande parte necessitano di interventi di riqualificazione, sia edilizia che di adeguamento tecnologico e alle procedure di interazione con gli studenti che, se perfezionate, possono portare significativi benefici in termini di incremento della qualità della formazione e dei servizi offerti. Occorre inoltre ripristinare, ed è oggi un tema importante su cui intervenire, un clima positivo al nostro interno, di vera comunità indirizzata all’innovazione e alla relazione con le giovani generazioni, garantendo le corrette dotazioni di organico a tutti gli uffici ed i giusti percorsi di valorizzazione delle professionalità e competenze coinvolte.
Infine, desidero concludere questa riflessione con tre proposte concrete d’interazione con il territorio, che potrebbero favorire dinamiche di crescita in diverse aree che caratterizzano l’offerta culturale e scientifica del nostro Ateneo polivalente:
– Un piano per l’insediamento di start-up innovative operanti sui temi del Mare e della Sostenibilità (oggi alla base dei programmi di rilancio europei “Next Generation EU” e “Green Deal for Europe”);
– Un grande progetto di fruizione allargata, in partnership con il Comune di Genova, del patrimonio storico-artistico dell’Università che preveda l’ibridizzazione digitale delle opere e dei palazzi con tecnologie di realtà aumentata, virtuale e mista;
– L’attivazione di un percorso di studi nel settore agroalimentare, fondamentale per l’economia della nostra Regione e ad alto potenziale di innovazione in logica di Sostenibilità.