L’opposizione senza parole

SE A DISTANZA DI UN ANNO IL PIATTO PIANGE E IL VENTO DEL CAMBIAMENTO È POCA COSA, CI SONO ALMENO DUE RISULTATI CHE L’AMMINISTRAZIONE DI CENTRODESTRA PORTA A CASA.

E sono due risultati tutt’altro che banali. Il primo è quello di aver trasformato le modalità della comunicazione isti-tuzionale. Da paludata, difensiva, linguisticamente invo-luta come accadeva ai tempi del centrosinistra è diventata aggressiva e mobilitante. E soprattutto coerente con una narrazione che in qualche modo è ormai vissuta come identitaria di uno schieramento politico e di una porzione consistente della pubblica opinione.
Al centro il discrimine tra il “prima” e il “dopo” a segnare uno spartiacque che non è solo amministrativo ma addi-rittura epocale e la contrapposizione enfatica tra il “noi” e il “loro”. Persino l’occasionale richiamo a un pragmati-smo “super partes”, che rappresenta un pezzo forte della retorica del sindaco Bucci, in realtà non riesce a nascon-dere l’aspirazione a far coincidere il “tutti” con il “noi”. Insomma è lo stile Toti mutuato sul piano comunale. Pe-raltro è ormai il governatore della Liguria il vero regista.

L’OBIETTIVO DEL CENTRODESTRA È QUELLO DI MANTENERE SOVRAECCITATA LA PLATEA DEI SOSTENITORI

L’obiettivo esplicito è quello di mantenere costantemente sovraeccitata la platea dei sostenitori, di trasformare an-che ciò che a sguardo disincantato non può apparire che irrilevante, se non tristemente provinciale, in un evento emblematico, di trasmettere consapevolezza, decisioni-smo, vicinanza al comune sentire. Peraltro i non troppi successi derivano in gran parte da un gioco comunicativo: cambiare nome a una cosa perché questa appaia diversa (mercatino di corso Quadrio) o tenere lo stesso nome ma fare una cosa diversa (Euroflora). L’importante è ripro-porre a modalità di “mantra” la rottura con il più recente passato. Anche quando (soprattutto quando) ben poco si è in realtà fatto davvero. Questo modello comunicativo non è un’invenzione a beneficio dei liguri e dei genovesi. Bucci e Toti applicano le regole che segnano tanta par-te della politica contemporanea: l’ossessività mediatica, la riduzione della complessità a battuta immediatamente comprensibile, l’assenza di pudore nello scivolamento verso l’iperbolico. Sia nel lodarsi che nel delegittimare l’avversario. Governare sembra coincidere con una gestio-ne leaderistica del potere e con logiche attivistiche nella costruzione del consenso. Che in tutto questo ci sia una larga compiacenza mediatica, nobile e non nobile, che la realtà sia costantemente manipolata, che gli indici struttu-rali indichino una condizione della città purtroppo ancora immersa nel declino economico e sociale: non è questo il punto. L’elemento vero è che si è comunque affermato un modo nuovo di raccontare l’azione pubblica, frantumando ritualità obsolete ma anche, con grande sufficienza, le re-gole della trasparenza e il rispetto dei ruoli istituzionali. Ed è qualcosa con cui l’opposizione non riesce ancora a fare i conti. Non sa come bucare i palloncini colorati. Con l’ef-fetto di apparire non solo priva di ogni incisività ma troppo spesso lunare e incomprensibile. Perché se la giunta Bucci ha trovato il suo linguaggio, l’opposizione è, a distanza di un anno, lontana dall’acquisire una propria cifra comuni-cativa. Siamo fermi alla fase del pugile suonato. Quando la campana dei prossimi round ha già cominciato a suonare. Il secondo risultato è quello di aver ridotto al silenzio significativi segmenti sociali, sindacali e politici. Qui giocano fattori diversi. Il primo, e sicuramente il più ri-levante, è quello di non aver mosso nulla, di praticare la tecnica del temporeggiamento e del lancio della palla fuori campo ma anche, e soprattutto, il credito non esaurito a fronte del cambiamento promesso. Perché, ed è opportuno ricordarlo, larga parte della legittimità di cui gode il centrodestra è conseguenza di sostanziali rancore e delusione verso la sinistra, di un’aspirazione ampia e diffusa alla discontinuità amministrativa. Non aver fatto non essere riusciti a fare una riflessione autocritica su-gli errori compiuti in questo ultimo decennio, essere per lo più immersi in diatribe interne di ceto politico, non modificare nulla dei propri comportamenti politici e cul-turali ha ulteriormente demotivato tanti e insieme ancor più logorato il rapporto con la città. Il rischio concreto, e non solo a Genova, è di ridursi alla marginalità politica. A partire dall’incapacità di fare punto e a capo. Di innescare un nuovo inizio. E il silenzio è in questo caso una diretta conseguenza del non saper più cosa dire. Dell’incapaci-tà di uscire dalla confortante, ma perdente, consuetudine del circolo chiuso. Ma contano anche altre ragioni, come una attitudine al conflitto che attraversa la sinistra e non sembra trovare analoga predisposizione verso la destra. E in ultimo ma non ultimo le forme di censura e di auto-censura che segnano molti in qualche modo timorosi di apparire in contrasto con il nuovo ordine amministrativo in una città e in una regione dove le risorse per le attività culturali, sociali e buona parte di quelle imprenditoriali provengono dal pubblico. E sempre più sono condizio-nate dalla richiesta di fedeltà. È un fenomeno nuovo nel-la nostra città. Non che non esistessero prima filiere di potere, conventicole o favori. Ma mai espresse in forma così esplicita. Ed è anche per questo che pesa l’assen-za dell’opposizione. Riduce in qualche misura gli spazi della democrazia reale, del dibattito pubblico, alimenta il conformismo. Ecco che trova ulteriormente ragione la nostra piccola avventura editoriale. Non accettare il si-lenzio e costruire dibattito e confronto fuori dalle logiche comunicative che oggi prevalgono. Contribuire a mettere in campo un progetto diverso di città. Perché solo rico-struendo una nuova prospettiva per Genova è possibile far crescere i presupposti per un’alternativa. Per questo è innanzitutto necessario provare a tenere insieme i tanti saperi, conoscenze, buone pratiche territoriali di cui que-sta città dispone. Cominciare a far emergere una possibile narrazione diversa, sapendo che ci vorrà tempo, e insieme trovare nuove forme di comunicazione e aggregazione.

DI FRONTE ALLA MOBILITAZIONE MEDIATICA DI TOTI E BUCCI VECCHI LINGUAGGI
E MOLTO SILENZIO

Cambiare vuol dire anche questo. Per intanto con questo numero del «la Città» proviamo a riflettere sulle periferie fuori da retoriche e luoghi comuni. Cercando di intercet-tare il dibattito europeo e nazionale per poi soffermarci su Begato, vera e propria sintesi di quell’architettura di-sumana che ancora alla fine degli anni settanta segnava Genova. Così come ci soffermiamo sulla vertenza Ilva, un’altra lunghissima e mai conclusa storia di questa città, che aggiunge con Mittal un nuovo protagonista e con-temporaneamente consegna la quasi totalità dell’impian-to produttivo genovese a proprietà multinazionali estere. E ancora: una ricognizione sulle seconde generazioni e la dispersione scolastica. Insomma, ci sembra che ci stiamo avvicinando a quella che vorrebbe essere la nostra fisio-nomia. Quella di riprendere temi e discorsi per troppo tempo abbandonati o chiusi in seminari professionali o accademici. Il primo numero è andato esaurito. Non na-scondiamo che questo è l’auspicio anche per il secondo.