Ripartire dalla città

«La Città» esce con il suo primo numero a poco più di un mese da una sconfitta storica della sinistra nel nostro paese. Della sinistra nel suo insieme.

Perché non serve ora ricapitolare gli errori della com-ponente più moderata o di quella più radicale. Quanto prendere atto che oggi è messa in discussione la stessa legittimità dell’“essere a sinistra” da parte di una larga maggioranza degli italiani e in particolare di quelli più fragili socialmente e più segnati dalla crisi. E che è necessario davvero voltare pagina. Fare un punto e a capo. La richiesta di discontinuità espressa da queste elezioni vale in primo luogo per la sinistra. Discontinuità che può, forse deve, iniziare dalle città. Perché se le questioni più acute e minacciose del nostro tempo sono prodotte a livello globale da forze essenzialmente extraterritoriali ‒ dalle migrazioni, al clima, alla delocalizzazione delle produzioni – è però nelle città che irrompono le conseguenze sociali delle contraddizioni sismiche della globalizzazione.
Per la prima volta nella loro lunga storia le città sono private di una parte significativa della loro autonomia e della precedente capacità di definire e gestire la propria agenda di sviluppo. Le città, per dirla con Zygmunt Bauman o Manuel Castells, diventano insieme le di-scariche dei problemi globali e i laboratori dove co-struire soluzioni e individuare nuove opportunità. Da qui il profondo mutamento nell’organizzazione degli spazi stessi della città, la fine delle rigide funzioni tra-dizionali, i nuovi processi di periferizzazione o, all’op-posto, di costruzione e ricerca dell’attrattività. Attrat-tività di investimenti, persone, reti di connessione. La vera sfida è essere nel mondo e insieme ridisegnare nuove convivenze in ambito territoriale. La stessa Eu-ropa si rimodella sulle reti delle aree metropolitane che subentrano alla crisi di ruolo e di poteri degli Sta-ti Nazione. E il futuro del nostro Paese è ampiamente scritto nella capacità delle città italiane di realizzare strategie di crescita. C’è insomma una nuova grande questione urbana che segna le città post industriali. Che da troppo tempo non viene affrontata e che è alla base della crescita delle paure, delle rabbie sociali che hanno sostituito il conflitto sociale, dei localismi. Ma all’opposto è proprio nelle città che è possibile costru-ire cantieri per ricomporre il tessuto comunitario, per produrre antidoti alla nostra crisi democratica e appar-tenenza civica. Ed è dentro questo percorso che voglia-mo stare. Sapendo che non è facile, che ci vorrà tempo e, appunto, una forte discontinuità politica.
Non solo nelle persone ma nelle culture.
Peraltro sia le regionali del 2015 che la sconfitta alle amministrative dello scorso anno hanno reso evidente il disarmo della sinistra, la sostanziale perdita di rappre-sentanza sociale, la riduzione a ceto politico litigioso, se-gnato da personalismi, autoreferenzialità, inadeguatezza. Anche in quell’occasione si disse che erano state le più brutte campagne elettorali. Ma non ci fu un cambio di rotta. Anzi. Nella discussione spariva quello che a tanti appariva drammaticamente evidente e cioè l’aver perso, prima che le elezioni, un’idea del territorio e della città. Il non saper più leggere le trasformazioni e il mutamen-to. L’aver smesso di conoscere, studiare, misurarsi con le contraddizioni.
Quella che era scesa in campo era una sinistra svuotata. Immobile e fantasmatica come sono da tempo le classi dirigenti di una Genova che da troppi anni non si sof-ferma sulle radici e sugli effetti del declino: dalla decre-scita demografica all’invecchiamento della popolazione, dall’isolamento logistico alla scomparsa del lavoro. Una città esangue con una sinistra esangue. E che ha scelto una destra anch’essa senza progetto ma capace di mobi-litare sulla rottura con il passato, di produrre un nuovo collante sociale enfatizzando insicurezze, corporativismi e sentimenti diffusi di abbandono. Ma a Genova ci sono ancora tante competenze, saperi, buone pratiche civili. Anche per questo il sottotitolo de «la Città» è “giornale di società civile”. Non per rimarcare un’astratta superiorità rispetto alla “società politica” ma perché quella politica ha allontanato, deluso, talvolta disgustato tanti che invece sono ancora disponibili a dare un loro contributo, a met-tere in circolazione idee e conoscenze. Partendo appunto dall’essere cittadini, singole persone legate ai valori del bene comune. Autonome. Lontane da riti, linguaggi e lo-giche che hanno fatto ampiamente il loro tempo.
Ecco: quello che ci proponiamo è di costruire uno spa-zio che esca dai luoghi comuni, dalla propaganda, dal diffuso conformismo del verde pesto e del rosso carpet. Che contribuisca a raccontare ciò che da tempo non è più guardato: dal lavoro alla scuola, ai quartieri, all’innova-zione sociale. La diffusione delle povertà. Con l’obiettivo di contribuire alla definizione di un nuovo progetto per Genova. Senza nessuna aspirazione a definire una “linea” della rivista o un gruppo di consenso elettorale, ma a es-sere strumento di una sinistra plurale, anche disomoge-nea, che ha voglia di capire e misurarsi con il reale. Potremmo dire quella “sinistra che non c’è” e di cui in molti sentiamo la mancanza. O quella sinistra che ha compreso che la sconfitta è stata prima sociale e culturale e solo dopo politica.

TORNARE A RACCONTARE IL LAVORO, LA SCUOLA,
I QUARTIERI, IL SOCIALE. PER UN NUOVO INIZIO

I tempi, inutile sottolinearlo, non sono facili. Si è sedi-mentata una propensione diffusa ai miti anziché alla real-tà. Gli imprenditori politici della paura hanno contribuito non poco nella produzione di stereotipi, capri espiatori, imbarbarimenti linguistici. Nel giro di pochi anni si è consumata una trasformazione antropologica delle cultu-re e dei valori. Una frantumazione linguistica che non è solo, e non sarebbe comunque poco, tra le generazioni, ma è più profonda e rimanda a valori, comportamenti, sensi comuni. Una frantumazione linguistica che è anche concettuale. E se sarebbe ingenuo pensare di poterne mo-dificare i caratteri senza un nuovo e profondo movimen-to sociale, è comunque possibile ritornare a farci i conti. Esserne consapevoli e non solo osservatori disarmati o spaventati. Per questo vorremmo dare spazio a tutte quel-le esperienze che promuovono insieme qualità della vita e conoscenza del territorio. Perché è anche da lì che deve ripartire un progetto politico.
Che non può innanzitutto non essere di opposizione. Op-posizione a un governo della città e della regione poco o nulla abituato al confronto, che confonde le regole con la burocrazia e nasconde in un mix di compiacenza mediati-ca, interessi e gestione arrogante del potere, una sostanzia-le assenza di risultati. In un quotidiano e trionfale annuncio del nulla. Che rimane nulla anche con i fuochi artificiali. Come rimane al palo una nuova stagione di sviluppo.
Il primo numero de «la Città» è per tanti aspetti ancora sperimentale. Molto ci sarà da rivedere nei prossimi mesi ma è un passo importante per voler provare a dare concre-tezza a una domanda di nuovo agire politico.
Peraltro «la Città» è di chi ci scrive come dei suoi lettori. Crescerà quanto più sarà sentita come utile, capace di te-nere insieme, produrre dibattito.
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